Poeti e scrittori termitani

Muoiono i poeti ma non muore la poesia perché la poesia è infinita come la vita. (Aldo Palazzeschi)

Angela Corso

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La Giudecca brulicava di gente sin dalle prime ore del mattino; il centro della kehillà era animato da chiassosi ambulanti, infaticabili artigiani, abili mercanti di stoffe e di grano, valenti carpentieri, venditori di carne, tavernieri, “bardari”, ferrai, vignatori, cerdi, “cuttunari”, “fusari”, “crinari”.

I bambini giocavano allegri e si rincorrevano per gli stretti vicoli; i carrettieri trasportavano le merci ai proprietari delle botteghe; eleganti amanuensi, con il loro banchetto, erano in attesa di possibili clienti e i braccianti agricoli di un eventuale cottimo.

La cittadella ebraica occupava una porzione molto vasta della zona alta di Termine: si estendeva dal Castello, lungo l’asse cornmerciale della Ruga che attraversava il quartiere Celtigegne, sino al piano Barlaci.

Le piccole case, tutte ad un piano, con ingressi bassi, abbracciavano la Sinagoga che stagliava verso il cielo le sue eleganti finestre bifore, congiunte come due mani in preghiera.

Il forno diffondeva l’odore del pane fresco per tutto il quartiere, richiamando i primi avventori.

Il vociare armonioso del mercato spingeva tutti fuori dalle case e induceva ciascuno a riprendere l’attività interrotta al tramonto del giorno precedente: fabbri ferrai, mercanti di panni, conciatori di pelli, ambulanti. Era una splendida giornata di metà maggio del 1445. Il sole sbadigliava ancora all’orizzonte occhieggiando dietro le maestosa Rocca di Chefalion, il cielo era terso e l’aria tiepida e fragrante, le rondini scorazzavano disegnando geometriche girandole ed esibendosi in azzardate picchiate e repentine impennate.

Il pianoro, con la sua fitta ragnatela di viuzze intricate, di ambiti bui ed angusti, di rumorosi chiassuoli e di luminose piazzole, si allungava sino all’anfiteatro naturale della Fossola La conca appariva come una tavolozza ricca di colori e di delicati profumi: il verde dei giovani alberelli di limone era frammisto alla candida e odorosissima zagara e le timide margherite di campo sporgevano la loro gialla corolla da dietro le irsute ginestre; la sulla rosseggiava sul declivio, i papaveri, fragili e rubicondi, dondolavano, cullati dal vento, nascondendosi dietro gli oleandri policromi; l’acanto offriva le sue fiorite spighe violacee a calabroni e farfalle.

Nel fondo della fertile vallata serpeggiava, colmo delle piogge invernali e ricco di pingue limo, il fiume Termini ove, ignare del loro destino, saltellavano anguille e trote che i pescatori intrappolavano entro le nasse, sapientemente apparecchiate, da abili mani, con le canne che, rigogliose, crescevano lungo la foce.

Il porticciolo della Fossola, collocato sotto le segrete dell’imponente Castello, appariva in fermento per l’atteso arrivo dei vascelli. All’orizzonte si vedevano già i poderosi alberi e le bianche velature che spingevano agili le imbarcazioni verso l’approdo.

I carri scendevano per l’antica trazzera carichi di cannamela, grano, pelli di coniglio, vino, olio e i carrettieri dialogavano tra loro con canti e nenie che narravano d’amore e di fatiche.

Le voci dei facchini del porto giungevano, sospinte dalla docile brezza del mare, sino alla Giudecca, ove erano molti gli interessati all’arrivo dei vascelli.

Prima di attraccare, Don Matteo de Thermis, proprietario di diverse navi, lasciava sempre sparare una bombarda in segno di saluto e ad essa rispondeva, da parte di tutte le maestranze, una ovazione; un cantico veniva, poi, intonato in onore di S. Calogero.

L’eccitazione cresceva tantissimo quando era il momento di scaricare dai vascelli le mercanzie che venivano dai paesi del Nord o da quelli orientali; ma al grido del Comandante della nave, che spronava i facchini ad affrettare le operazioni, tutti si rimettevano di buona lena a sbrigare le proprie incombenze.

Lontano, abbagliate dal sole nascente, luccicavano le dimore del Dio dei venti, le splendide isole Eolie, mentre oltre il capo Zafferano si stagliava, superbo, il monte Ercta, ultimo eremo della “Santuzza”.

Alle spalle svettava maestoso il San Calogero o Eurako (bella montagna) come venne chiamato dai pastori d’Himera che, sfuggiti all’eccidio dei Cartaginesi, vi trovarono rifugio e pascolo per i loro belanti e grassi armenti.

Nei suoi boschi, ricchi di fresche acque, si rincorrevano volpi, linci e gatti selvatici mentre, con volo alto e potente, falchi e aquile tessevano il cielo in attesa di una ambita preda.

Simecha apparteneva ad una nota famiglia di ebrei, i Nigiar, stabilitisi, sin dai primi anni del 1300, a Termini, ove si erano dedicati al commercio allacciando relazioni anche con noti e potenti mercanti genovesi e pisani presenti in città.

Simecha era figlia di Nixim Nigiar che, certamente, era il più ricco ebreo di quella terra, socio in affari anche di diversi cristiani. Possedeva, nel quartiere della Giudecca, diversi beni immobili ed esercitava anche attività usuraia.

La casa, ove i Nigiar abitavano, era una tra le più belle della Giudecca. Era stata costruita, in Ruga Salvatoris, dal padre di Nixim che l’aveva poi ampliata e resa più comoda.

Simecha era una splendida ragazza cresciuta nell’agiatezza. Era anche abbastanza colta: Nixim aveva voluto per la figlia i migliori insegnanti e Simecha aveva studiato l’ebraico con “magister Bonamicus” e poi aveva frequentato le scuole di livello elementare e Accademico a Palermo.

Di carattere indipendente, terminati gli studi, aveva voluto intraprendere l’attività commerciale e aveva aperto, nella animatissima Ruga, una bottega ove vendeva sete e raffinati drappi provenienti dall’Oriente e delicati coralli lavorati dagli ebrei di Trapani.

Quella mattina Simecha, come tanti, era uscita molto presto e si era diretta verso il pianoro della Fossola per osservare l’arrivo della Sanctus Iohannes, una delle barche di Don Matteo.

In Platea Sanctae Caterinae si era fermata, affascinata, ad ammirare i fratelli Nicolò e Michele Graffeo, abili pittori termitani, che affrescavano le mura della piccola Chiesa dedicata alla Santa, costruita qualche anno prima.

Era per lei una forte emozione vedere i due artisti, dei quali era diventata amica ed estimatrice, tracciare le vicende della vita di Caterina sulle bianche e levigate pareti della Chiesetta, costruita qualche anno prima. Don Matteo tornava da Genova dopo un viaggio tormentato e periglioso. Il mare, non era stato tranquillo nella prima parte della navigazione e, nei pressi della Corsica, si era rischiato di perdere tutto il carico. Poi, più a Sud, la violenza delle onde si era attenuata ed il viaggio era proseguito spedito e senza intoppi. A Genova la nave aveva caricato, anche, preziose stoffe provenienti dalla Indie e Simecha era impaziente di riceverle.

Le operazioni di scarico delle merci dalla nave e di carico sui carretti si svolsero, come sempre, in maniera frenetica tra grida, richiami, incombenze doganali, inviti ad affrettarsi, sollecitazioni a lasciare sgomberi i pochi spazi utili, pesature, controlli sulla integrità e sulla quantità degli imballaggi

Poi, via di corsa i carretti ripresero a risalire per la polverosa trazzera, per riuscire a consegnare le mercanzie in tempo, prima della apertura delle apoteche.

Simecha si era affrettata a rientrare nella Ruga per essere pronta a ricevere la merce.

Aveva trovato la bottega già aperta. Sulla soglia Mohamed piangeva disperato, imprecava, invocava Allah. La bottega era completamente vuota: i banchi privi di merce, le scaffalature e i tavoli scaraventati per terra, le tende strappate, i pavimenti cosparsi di immondizia.

Mohamed era un servo molto scrupoloso e provvedeva lui ad aprire e a chiudere il negozio.

Si occupava di tutto: dalla pulizia della apoteca alle consegne, dai contatti con i clienti ai pagamenti e alle riscossioni, dagli ordinativi alle pratiche burocratiche.

Era un ragazzo Egiziano di 22 anni, di bell’aspetto, alto e forte, gentile con tutti. Aveva avuto una vita sfortunata. Era rimasto orfano quando non aveva ancora sette anni; i genitori erano morti mentre pescavano nel Nilo, travolti de una improvvisa piena del fiume.

Mohamed era cresciuto in casa di uno zio che lo aveva sempre trattato come uno schiavo.

E come schiavo lo aveva venduto a un mercante turco che esercitava la tratta degli schiavi con loschi trafficanti siciliani.

Mohamed era stato imbarcato su un vecchio veliero, insieme a tanti altri giovani.

Il viaggio dalle coste dell’Egitto e quelle siciliane era stato un vero inferno: mare in tempesta e pioggia battente si erano alternati a sole cocente e venti sciroccali.

Gli sventurati, incatenati mani e piedi al ponte di coperta e di continuo frustati a sangue dacrudeli aguzzini, erano stati costretti anche a patire la fame e la sete. Molti di essi erano periti per le fatiche e gli stenti. A Mohamed, che spesso aveva tentato di ribellarsi, era stato persino mozzato un orecchio.

Stremati e quasi in fui di vita gli sventurati erano sbarcati nei pressi di Licata e, sempre in catene, erano stati trasferiti su carri sino a Palermo, dove erano stati venduti a cristiani e ad ebrei. Mohamed era stato comprato da tale Giuseppe Palminteri, un losco commerciante del luogo, molto potente, che lo aveva impiegato in attività illegali e lo malmenava tutte le volte che si rifiutava di assolvere agli incarichi che gli venivano commissionati.

Il Palminteri, malvagio e crudele, rmal sopportava Mohamed e, temendo di potere essere da lui denunziato ai gendarmi, aveva a un certo punto deciso di venderlo e di disfarsene. “Te la farò pagare” era stato il saluto d’addio del Palminteri al ragazzo egiziano.

Fu allora che Mohamed venne comprato, per 20 orze, da Nigiar Nixim, il quale lo affidò alla figlia perché lo utilizzasse nel negozio. Ed era stata una fortuna per Simecha avere trovato quel ragazzo bravo, intelligente , disponibile, lavoratore attento ed infaticabile; poteva concedersi tutta la libertà che desiderava, sicura di avere una persona fidata che gestisse i suoi affari.

Cosa era accaduto? Perché Mohamed era così disperato? Durante la notte misteriosi ladri avevano ripulito il negozio, asportando tutta la merce.

Simecha, dopo avere riflettuto sul da farsi e avere consolato il giovane egiziano che non riusciva a calmarsi, si recò con lui dai gendarmi per denunziare l’accaduto.

Dagli stessi fu informata che erano al corrente dell’episodio delittuoso. Nelle prime ore della mattina, infatti, un mercante palermitano molto influente si era presentato in gendarmeria per riferire che, nel corso della notte, appena arrivato a Termini, ove era venuto per concludere certi suoi affari passando per la Ruga, aveva notato due loschi individui che trafugavano della merce da una apoteca.

I gendarmi aggiunsero che il mercante, tale Palminteri, aveva dato la descrizione di uno dei presunti ladri: un ragazzo alto, dalla pelle scura e privo di un orecchio.

Aveva fornito la descrizione di Mohamed. La vendetta che aveva promesso l’aveva attuata; aveva organizzato il furto per poter incolpare il povero ragazzo egiziano.

Egli protestò vivamente piangendo, arrabbiandosi, gridando come un forsennato per spiegare che era tutta una macchinazione del Palminteri del quale era stato servo; raccontò della minaccia che lo stesso gli aveva rivolto quando lo aveva venduto per evitare che lo denunciasse per i suoi traffici illeciti.

Simeha, certa della innocenza di Mohamed, tentò di scagionarlo, lo difese con veemenza, elogiò la sua onestà, la sua dedizione al lavoro e la fedeltà che gli avrebbe sempre manifestato in tutte le circostanze.

I gendarmi furono inflessibili, dissero che il Palminteri era una persona rispettabile e che non avrebbe mai riferito fatti coì gravi se non ne avesse avuto una diretta conoscenza.

Mohamed fu incatenato e portato davanti al giudice Pietro de Burgio, personaggio influente legato alla politica e alla economia cittadina; a lui cercò di spiegare perché fosse stato accusato del furto; chiese di potersi confrontare con il Palminteri, di acquisire, sul suo conto, notizie da quanti lo conoscevano e dai suoi padroni.

Il Giudice non volle sentire ragioni e, dopo avere ascoltato i gendarmi, emise la sentenza di condanna; centro frustate sulla pubblica piazza, un lungo periodo di carcere e, poi, l’espulsione.

Per interessamento di Simecha intervenne in suo favore, prima della esecuzione della sentenza, il dayankelali mastro Jhoseph de Chento, personalità di spicco della giudecca, giudice in materia religiosa e morale, che conosceva molto bene Mohamed e ne aveva sempre apprezzato le doti morali e di lavoratore.

Nemmeno questo intervento convinse il giudice che già in altre occasioni, con mezzi più o meno legali, aveva dimostrato di voler proteggere le famiglie più ricche e le persone più potenti in pregiudizio dei deboli e degli indifesi.

Mohamed venne, quindi, riportato in carcere ed il giorno successivo accompagnato in catene, come un qualunque malfattore, in Platea Pubblica, nel quartiere di Terravecchia. Attraversò tutta la Ruga fra due ali di folla e, davanti a una popolazione vociante, venne legato ad un palo, al centro della piazza, e frustato. Non una lacrima, non un lamento, ma solo una grande rabbia accompagnò il giovane egiziano durante il terribile supplizio. Maledisse, in cuor suo, il giorno in cui era giunto a Palermo, rammaricandosi di non essere morto durante la navigazione dall’Egitto alla Sicilia; pregò Allah di essere misericordioso con lui e di farlo morire subito; cercò tra la folla, con occhi imploranti Simecha; incrociò, invece, lo sguardo beffardo e ironico del Palminteri, che si era mescolato in mezzo alla gente per gioire della sua vile vendetta.

Sanguinante Mohamed venne, poi, condotto in carcere dove qualche tempo dopo mori per gli stenti e il digiuno cui era stato costretto. Simecha, sfiduciata per l’ingiustizia subita dal suo giovane impiegato, chiuse la bottega ed evitò di frequentare e di avere qualsiasi tipo di rapporto con quella società dove crudeltà e corruttela regnavano incontrastate.

E giudice Pietro de Burgio, di cui furono accertati altri gravi misfatti negli anni successivi, venne destituito dal suo incarico e allontanato dalla città.

Angela Corso


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