Via Spucches, la strada di Termini Imerese dove passai la mia infanzia, al numero 19, rendeva il nome dai baroni che erano stati proprietari del palazzo, che occupava buona parte di un lato di essa, esattamente il lato sinistro venendo dal viale Iannelli, di cui questa via era una traversa.
Agli inizi del Novecento i miei nonni avevano acquistato il palazzo, non so se direttamente dai baroni, i quali erano di origine spagnola. In Sicilia sono parecchi i cognomi che ricordano i due secoli di dominazione.
Mia madre aveva scoperto che la bagnina delle terme, Isabella Spucches, era discendente dei suddetti baroni e che, avendo voluto sposare lo stalliere, era stata cacciata di casa.
Questa donna, piuttosto anziana, raccontava sempre della vita agiata condotta nel palazzo. Si notava, nonostante il lavoro umile a cui era addetta, una nobiltà di portamento e di modi.
Diceva di non essersi pentita della scelta fatta. La vedevamo tutte le volte che si andava alle terme per accompagnare la zia Maria che veniva da Palermo per fare una cura con le acque.
Noi abitavamo, sopra il palazzo, l’appartamento che era stato in passato l’alloggio della servitù.
I miei genitori l’avevano acquistato nel 1934 da certi signori Testa e, prima di abitarlo, fu rimesso a nuovo da cima a fondo spendendo una cifra di diecimila lire.
Questa strada non era molto lunga; le case che la fiancheggiavano non superavano i tre piani e nei bassi, abitati da contadini, erano comprese anche le stalle.
Il fondo stradale era fatto con ciottoli di mare cementati uno accanto all’altro, intramezzati da due strisce di lastroni bianchi, sui quali generalmente si camminava per non sciupare le scarpe.
All’alba, quando era ancora buio, si sentiva sul selciato lo scalpiccio dei cavalli, il tipico verso dei contadini per esortare le bestie, il nitrito dei cavalli che venivano attaccati ai carri; quindi il tonfo degli attrezzi da lavoro gettati su di essi.
Seguiva il verso incitante per la partenza, un rotolarsi di ruote sui ciottoli ed il silenzio tornava a colmare la notte.
Partenza e ritorno scandivano un intervallo che dava l’idea dello scorrere delle ore: il assaggio del giorno. A destra del grande portone del palazzo c’era un basso abitato da una famiglia di contadini.
Lavoravano la terra i genitori e i due figli maschi. Le ragazze erano tre, due abbastanza grandi per occuparsi della casa; bionde, occhi azzurri, carnagione chiara, venivano corteggiate con delle serenate che dovevamo sorbirci per ore durante la notte.
Sullo stesso lato della strada, un po’ più avanti, abitava donna Minica, che allevava galline in una gabbia davanti la porta di casa.
Aveva un figlio epilettico e tutte le volte che era in preda ad un attacco, la madre urlava disperata; allora la gente si affacciava ai balconi per informarsi su quello che stava succedendo; era uno scambiarsi di opinioni e consigli da balcone a balcone e dai balconi verso la strada, dove nel frattempo si erano formati dei capannelli.
Donna Minica, in un certo periodo dell’anno, comprava dei pulcini, che lasciava anche liberi per la strada. Regolarmente si presentava dai miei nonni con uno di questi morto, per colpa del loro gatto, chiedendo un risarcimento.
Mia nonna cercava, tutte le volte, inutilmente, di bloccare il nonno, sempre pronto a pagare.
Di fronte a noi c’era una casa su tre piani, l’ultimo con terrazza era esattamente di fronte al nostro balcone. Vi abitava donna Agostina, la quale, sola e zitella, proprietaria terriera, ad un certo momento ebbe un cedimento psicologico per cui fu subito ritenuta pazza.
Ne approfittò il fratello, che abitava a fianco, per impadronirsi dei poderi ed aumentare le sue entrate. La poveretta venne relegata nella stanza all’ultimo piano, di fronte al nostro balcone, e piangeva e si lamentava in continuazione a causa di un cancro che le era nel frattempo sopravvenuto.
Morì tra atroci dolori. Il giorno del funerale il fratello, che l’aveva finanche picchiata, oltre che carcerata, si dimostrò affranto e distrutto, tra i commenti della gente della strada.
Più avanti, a fianco della casa di donna Agostina, due bassi abitati da due sorelle nubili; una di esse con figli, di cui si ignorava il padre. Si sapeva però che la sera, sul tardi, degli uomini si avvicendavano presso le due donne.
Con loro viveva la vecchia madre, alta e rinsecchita, ed era lei a condurre i “menage” delle figlie.
Dall’altra parte della strada, in un altro basso, abitava donna Nina, vedova, con quattro figli. Due erano femmine e “perbene”, per cui era vietato loro di parlare con le due puttane più avanti.
Tutte le volte che questo accadeva, iniziava una lite tra le due madri. Ad un certo momento venivano coinvolte anche le figlie, che si scagliavano violentemente nella mischia.
Io e mio fratello, dal balcone, facevamo il tifo per i più agguerriti, sostenendoli con urla d’incoraggiamento. Durante queste baruffe, in cui veniva adoperato un linguaggio innominabile, la scena madre consisteva nell’avvinghiarsi l’una all’altra, con strappo di capelli e relative urla di dolore.
Questo non impediva però, per la festa della Madonna, di andare tutti d’amore e d’accordo, puttane e non, per i preparativi della cappella, che doveva essere più bella di quelle delle strade attigue.
Un comitato di donne cominciava a girare per le case, chiedendo un contributo in denaro per comprare gli ornamenti che dovevano servire per decorare la cappella. per tutto il mese di Maggio la gente della strada si riuniva ogni sera per pregare e cantare in siciliano i vari inni religiosi.
Ed era bello sentire quel coro entrare in casa, per diventare arte della famiglia. Questi canti duravano fino a tardi, e noi bambini ci addormentavamo, cullati da nenie dolci e melodiose come una ninna nanna.
Nella strada abitavano due ragazzette sui dieci anni: Giovanna e Rosetta. La loro fissazione era una sola: scoprire il sesso a qualunque costo e, poiché eravamo negli anni Trenta, si servivano di un gioco vecchio come il mondo.
Infatti giocavano con noi, che eravamo più piccoli di loro, al dottore; facendoci spogliare ci osservavano e diagnosticavano malattie da loro inventate.
Fu parecchi anni dopo che compresi il vero significato di questo “interesse anatomico”. Via Spucches, da una parte, era chiusa dal muro di una vecchia abbazia, mentre a destra e a sinistra si aprivano due strade.
La penultima casa a sinistra era abitata da uno scultore e l’ultima dello stesso lato, ad angolo con la traversa, da una vedova con due figlie; persone di moralità ineccepibile, dedite alle funzioni religiose, erano sempre vestite di nero per il lutto, che in Sicilia dura una vita.
Una delle ragazze, coinvolta nell’“affaire”, doveva avere più di venticinque anni.
I balconi dello scultore e quelli della casa accanto quasi si toccavano.
Il fatto accadde una mattina: la madre della ragazza sporse denuncia ai carabinieri sostenendo che, in quel momento, la figlia si trovava sola con lo scultore nello studio.
Lo studio era una costruzione a forma di cubo alta circa cinque metri, sorgeva in campagna fuori porta di Caccamo; era dotato di grandi vetrate per permettere una forte luminosità all’interno.
Vi si accedeva attraverso un giardinetto che lo circondava. I carabinieri andarono, bussarono alla porta; aprì lo scultore, sentì il capo d’accusa esterrefatto ed invitò a constatare che stava lavorando ad una statua per cui aveva una modella.
In effetti la ragazza stava col braccio scoperto, in posa. I carabinieri si scusarono e se ne andarono.
Questa notizia fece il giro di tutto il paese. La gente si schierò su due fronti: colpevolisti ed innocentisti. I primi non credevano alla scena del braccio scoperto, i secondi erano convinti che la ragazza fosse andata allo studio per lavoro.
E se ne parlò a non finire.
L’incriminata non uscì più di casa per la vergogna. E in effetti, pensandoci, non se ne seppe più niente.
Ma il folklore di via Spucches era dato dal assaggio, tutte le mattine, dello “zu Simuni” che, come dice mio fratello in una sua poesia, “fischiava le mattine di buon’ora” esortando le capre a muoversi e, nello stesso temo, avvisando la gente che era arrivato il latte.
Era un uomo piccolo di statura, con le gambe arcuate e camminava dondolandosi. Sembrava vecchio, ma forse non lo era poi tanto. Portava una barba incolta e vestiti molto grandi per il suo fisico.
Su quel viso, solcato da rughe precoci, brillavano due occhietti furbi; per sopravvivere, cercava di dare sempre meno latte di quello richiesto.
Tutte le mattine era un divertimento vederlo arrivare con le quattro capre, alle quali aveva dato dei nomi strani, pronunciati con emissione di suoni gutturali.
Quando arrivava, le porte e i balconi si aprivano. Lui, paziente, ascoltava le voci che lo chiamavano e si spostava, con la cara da mungere, sotto i balconi da cui penzolavano, legati da una corda, dei panieri dentro i quali c’era il denaro e un tegamino per il latte.
Finito il lavoro, spariva dietro l’angolo verso l’altra strada. Era una figura quasi mitica: un fauno, un uomo dei boschi, un primitivo, ma certamente l’essenza del mondo genuina e vera, dietro la quale è rimasto, nel ricordo, un buon odore di latte fresco.
Ma la cosa più straordinaria era data dal fatto che quest’ ometto, all’apparenza insignificante, aveva organizzato nella sua stalla un centro terapeutico a pagamento, (per pochi soldi) per la cura della pertosse, detta volgarmente “canina”, perché sembrava che gli effluvi provenienti dall’urina della capra maschio, alias “becco” avessero una funzione calmante ed espettorante.
Ci andammo anche noi: mio fratello, la zia Enna, mio padre ed io. Loro tre, per curarsi perché affetti dalla tosse, io per prevenire, come dicevano, un eventuale contagio.
Andavamo tutte le mattine alle sette, entravamo nella stalla puzzolente e ci sedevamo su alcuni mucchi di paglia; le capre erano già fuori per il solito giro.
Stavamo lì quasi un’ora: noi bambini zitti, mio padre e la zia che parlavano di lavoro.
Ne uscivamo, tutti i giorni, con un senso di nausea.
- Sara Morina – dal suo libro “Spigolature siciliane” edito da Il Calamaio (1 maggio 2011)

